Bando al cemento, largo agli alberi per la sicurezza del territorio: l’idea di tre startupper veneti

Secondo Legambiente il territorio di due comuni italiani su tre si trova in una zona ad alto rischio idrogeologico. Gli effetti di questa situazione si vedono periodicamente; ultima in ordine di tempo la tragica alluvione che la scorsa settimana ha colpito il nord della Sardegna. Mettere tutto in sicurezza costerebbe qualcosa come 43 miliardi di euro, quanto un paio di leggi di stabilità. Eppure a Rovereto, all’interno di Progetto Manifattura, è incubata una start-up che promette di ridurre di molto la spesa, visto che invece che con muri di cemento punta a risolvere il problema semplicemente mettendo a dimora delle piante.
Ovviamente quelle adatte: «utilizziamo delle essenze con un’elevata profondità radicale, coniugate a dei microrganismi che garantiscono uno sviluppo importante in termini di volume. In questo modo si cementa il terreno», spiega Alberto Ferrarese, fondatore insieme Paolo Campostrini e Andrea Zerminiani di BioSoil Expert. L’idea è che le radici garantiscano una presa identica a quella di acqua e calce mescolati. Oltretutto «con un costo ridotto rispetto ai mezzi tradizionali e con una procedura meno impattante sul piano ambientale». Certo, ci vuole del tempo perché gli alberi “afferrino” il terreno, ma tra scarsità di risorse e vincoli di spesa imposti dal patto di stabilità anche per i comuni la tempistica di intervento si allunga.
È questo il primo mercato sul quale si è affacciata l’azienda fondata a gennaio del 2012 dai tre 29enni che hanno studiato Biotecnologie agroindustriali alla facoltà di Scienze dell’università di Verona, la loro città. «In realtà l’idea ci era venuta a novembre del 2009: ma all’epoca le start-up non sapevamo nemmeno cosa fossero». Nel frattempo, non riuscendo a trovare un’occupazione stabile «ho deciso di mettere nero su bianco un piano per costituire una società» racconta Ferrarese: «Ho passato tante notti in bianco a scrivere il business plan con l’obiettivo di partecipare a un concorso per idee imprenditoriali». Quello che si è rivelato «il più interessante dal punto di vista economico» è stato D2T Start Cup, premio indetto dal Distretto tecnologico trentino che mette in palio 50mila euro vincolati all’investimento in macchinari e ricerca. Ai tre biologi è bastato attingere ai propri risparmi per mettere insieme i 10mila euro necessari a fondare una srl e così è nata la start-up. Ad oggi la somma investita in BioSoil Expert ammonta a 180mila euro. Ai 50mila di D2T si sono aggiunti 30mila euro garantiti dal premio Agristartup di Intesa San Paolo, vinto lo scorso anno. Altri 40mila sono arrivati dai tre startupper, «un po’ sono i nostri risparmi, un po’ ci hanno aiutato le nostre famiglie», e i restanti 60mila euro sono il contributo di un gruppo di business angels, investitori privati che hanno scelto di puntare sul successo di questa azienda.
Una realtà che nel giro di pochi mesi ha saputo sviluppare diverse linee dibusiness. Agli interventi legati al dissesto idrogeologico, infatti, si affianca innanzitutto la bonifica biologica. «È un prodotto che stiamo lanciando in queste settimane» spiega Ferrarese «ci occupiamo di siti contaminati da idrocarburi e da metalli pesanti. Se la concentrazione è inferiore ad un determinato livello e quindi non risulta tossica per le specie vegetali, mettiamo a dimora delle essenze che fanno da pompa e concentrano questi elementi nella parte aerea della pianta». Così che per bonificare basta, semplicemente, tagliare il prato. Ma soprattutto «si evita di portare grosse quantità di terra in discarica». Anche in questo caso i miglioramenti si ottengono nel giro di un decennio. Un tempo troppo lungo? «Non dimentichiamo», ribatte lo startupper, «che la maggior parte dei siti contaminati è in queste condizioni dagli anni Settanta».
E poi ci sono le «fasce tampone, che limitano la dispersione di prodotti fitosanitari nelle acque superficiali, una sorta di barriera tra il campo agricolo e il fiume o la falda». Per finire con il restauro ecologico: «andiamo nelle cave dismesse e rivegetiamo con delle piante del luogo, operando così anche una messa in sicurezza [continua a leggere..]

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